Monongah per non dimenticare

06/12/2019

La tragedia mineraria di Monongah in West Virginia (Usa), il 6 Dicembre 1907. Una catastrofe per i minatori ed i bambini minatori italiani. Mille morti secondo alcune fonti. Ancora oggi i veri colpevoli non sono stati puniti, una vergogna per gli USA e per la Fairmont Coal Companydi proprietà della Consolidated Coal Mine di Baltimoranoi italiani, come gli americani, i polacchi, i greci, gli slavi, irlandesi ungheresi, lituani, scozzesi, non possiamo dimenticare.

Bambini minatori
Bambini minatori

Varie le manifestazioni come quella di Frosolone, ospitata dall'Istituto Comprensivo "G.A. Colozza", l'incontro è iniziato con un minuto di raccoglimento, alle 10:30, orario in cui si verificarono le terribili esplosioni che squarciarono la collina di Monongah, uccidendo forse 1000 minatori, molti bambini (362 persone secondo le stime ufficiali). Furono 171 gli italiani a morire (non sappiamo quanti bambini e la stima non ufficiale parla di quasi 300) nel disastro minerario e ben 87 di loro provenivano da sette comuni molisani: Duronia, Frosolone, Torella del Sannio, Fossalto, Bagnoli del Trigno, Pietracatella e Vastogirardi. Numerose anche le vittime calabresi e abruzzesi anche se in quello sfortunato giorno quasi tutte le regioni italiane piansero i loro morti.

La tragedia di Monongah, seppur sconosciuta ai più, rappresenta la più grande tragedia dell'emigrazione italiana, una pagina di storia che merita di essere salvaguardata e resa nota a tutti, anche per onorare il sacrificio dei minatori che erano andati via dalla loro terra natia e dai loro affetti alla ricerca di fortuna, ma che persero la vita nelle viscere della terra. Di questo, con apprezzamenti ricevuti, tra gli altri, anche dagli ultimi due Presidenti della Repubblica Italiana, si occupa ormai da quasi un decennio l'Associazione Culturale "Monongah", che ha organizzato oggi 6 dicembre insieme a "Filitalia International - Chapter Bojano", al quotidiano internazionale online "Un Mondo d'Italiani del Centro Studi Agorà", al Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo, all'Istituto Comprensivo "G.A. Colozza", al Comune di Frosolone e a "Molise Noblesse", con il contributo grafico di "Core Graphic" di Eliana Cappussi.

Una tragedia, quella di Monongah, che seppur avvenuta centododici anni fa conserva ancora molti aspetti da chiarire, a partire dal numero delle vittime che per via del buddy system, una forma di pagamento a cottimo che permetteva di farsi accompagnare nella miniera da un massimo di due persone non registrate agli ingressi, vede il numero di vittime riportato nel rapporto ufficiale, 362, un dato molto inferiore rispetto a quello reale, che qualcuno ipotizza spingersi anche oltre le 1000 vittime.  

La Fairmont Coal Company, la potente e influente compagnia mineraria avrebbe dovuto far fronte a numerosissimi e considerevoli indennizzi ai parenti delle vittime, con pesantissimi risvolti economici a suo carico. Quindi la compagnia insabbiò l'incidente il più rapidamente possibile. Come previsto dalla Commissione del coroner Amos, l'assenza di sopravvissuti rese estremamente difficile - se non pressoché impossibile - la ricostruzione dell'esatta dinamica della catastrofe. Le cause dell'incidente rimangono tuttora sconosciute. Secondo un'ipotesi il disastro sarebbe stato provocato dall'esplosione del gas accumulatosi nelle galleria nei due giorni precedenti, durante i quali le miniere rimasero chiuse e la compagnia mineraria, per risparmiare energia, tenne spento l'impianto di ventilazione. Mercoledì 4 e giovedì 5 dicembre si erano celebrati rispettivamente Santa Barbara, patrona dei minatori, e San Nicola, assai venerato in Italia meridionale come pure negli Stati Uniti (è il famoso Santa Claus) e in Europa orientale e settentrionale. San Nicola cade in effetti il giorno 6, ma la ricorrenza venne anticipata al giorno precedente. La maggior parte dei minatori provenivano dall'Europa dell'est, dall'Italia del sud e molti erano pure i neri americani. Quest'ipotesi spiegherebbe il rapido oblio che seguì l'incidente.

È bene ricordare che a quel tempo gli Statunitensi consideravano gli Italiani - e in particolare i meridionali - più simili ai neri che ai bianchi.

Ciò è comprensibile se si considera che l'emigrazione di lavoratori italiani verso gli Stati Uniti iniziò sostanzialmente con l'abolizione dello schiavismo negli Stati Uniti (stabilita a livello federale nel 1865 con il XIII Emendamento della Costituzione) e il conseguente rifiuto dei neri di sopportare condizioni di lavoro - economiche, ambientali, vergognose  - che furono invece accettate dagli Italiani

Questa storia si ripete anche in altri paesi come il Brasile dove gli emigranti italiani sostituirono gli schiavi (ora Liberi) dopo la legge aurea.

Tra i paesi più colpiti i molisani Frosolone (oltre 20 vittime), Duronia (36 vittime), FossaltoBagnoli del Trigno, Torella del Sannio (oltre 15 vittime), VastogirardiPietracatella i calabresi San Giovanni in Fiore (una trentina di vittime, ma alcuni indicano oltre 50 morti), San Nicola dell'Alto, Falerna, Strongoli, Gizzeria, Castrovillari, Lago e gli abruzzesi Atri, Civitella Roveto, Civita d'Antino, Canistro e la lucana Noepoli. Fra gli altri persero la vita anche il ponzese Luigi Feola, Vittorio Da Vià di Vallesella, frazione di Domegge di Cadore, e Vittorio D'Andrea, un piemontese di Premia. Il fratello di quest'ultimo, Giuseppe D'Andrea, sacerdote dell'Ordine degli Scalabriniani e parroco della chiesa di Nostra Signora di Pompei, allora appena eretta a Monongah, aiutò il Reale Agente Consolare, Giuseppe Caldera, che era a Fairmont, a redigere centinaia di atti di morte.