5.114.469 Gli Italiani iscritti all'A.I.R.E.

26/10/2018

ROMA\ aise\ - Si è tenuta oggi presso l'auditorium "Vittorio Bachelet" il 13° Rapporto Italiani nel Mondo, sviluppato a cura della Fondazione Migrantes, organismo pastorale della CEI. Presenti sul tavolo dei relatori, tra gli altri, anche il segretario del CGIE Michele Schiavone e il Sottosegretario al MAECI Ricardo Merlo.In base al rapporto di quest'anno, incentrato in particolar modo alla cosiddetta "neo-mobilità" e ai giovani migranti italiani, registra nel periodo che va dal 2006 al 2018 un aumento del 64,7% della mobilità nostrana, con un passaggio da poco più di 3,1 milioni di iscritti all'Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero (AIRE) a più di 5,1 milioni. Al 1 gennaio 2018 gli italiani residenti all'estero e iscritti all'AIRE sono 5.114.469, l'8,5% dei quasi 60,5 milioni di residenti totali in Italia alla stessa data.La crescita nell'ultimo anno corrisponde a +2,8%, a +6,3% nell'ultimo triennio e al +14,1% negli ultimi cinque anni.


A livello continentale l'Europa accoglie il numero più alto di cittadini italiani (54,1%) e, in particolare, l'UE15 (40,3%) mentre in America si registra una presenza del 40,3% con una maggiore concentrazione nel Centro-Sud (32,4%).
Le realtà nazionali più consistenti sono l'Argentina (819.899), la Germania (743.799), la Svizzera (614.545). Nell'ultimo anno, il Brasile (415.933) ha superato numericamente la comunità italiana in Francia (412.263). Il 49,5% è di origine meridionale (Sud: 1.659.421 e Isole: 873.615); del Settentrione è il 34,9% (Nord-Ovest: 901.552 e Nord-Est: 881.940); del Centro il 15,6% (797.941).
È veramente il caso di dire che la popolazione italiana è stabilmente in movimento. Se da gennaio a dicembre 2017 si sono iscritti all'AIRE quasi 243 mila italiani di cui il 52,8% per espatrio ovvero 128.193 italiani, nell'ultimo anno la crescita è stata del +3,3%; considerando poi gli ultimi tre anni, la percentuale sale a +19,2% e per l'ultimo quinquennio arriva addirittura a +36,2%.
Il 37,4% di chi parte (quasi 48 mila persone) ha tra i 18 e i 34 anni. I giovani adulti, ovvero la classe tra i 35 e i 49 anni, sono un quarto del totale (poco più di 32 mila persone). Un'attenzione a sé meritano le fasce di età più mature. Infatti, se l'incidenza nel 2018 è dell'11,3% per chi ha tra i 50 e i 64 anni (valore assoluto: 14.500 circa) è il 7,1% dai 65 anni e oltre (valori assoluti: 5.351 persone per la classe 64-74 anni; 2.744 per la classe 75-84 anni e poco più di mille anziani per chi ha dagli 85 anni in poi). Non si deve pensare che si tratti di una mobilità prevalentemente maschile (anche se i maschi sono il 55% del totale) poiché si rileva il peso importante delle partenze dei nuclei familiari. A sottolinearlo, i 24.570 minori (il 19,2% del totale), di cui il 16,6% ha meno di 14 anni e ben l'11,5% meno di 10 anni.
Nell'ultimo anno gli italiani sono partiti da 107 province differenti e sono andati in 193 località del mondo di ciascuna realtà continentale. Milano, Roma, Genova, Torino e Napoli sono le prime cinque province di partenza. Si tratta di grandi aree metropolitane a riprova del fatto che le attuali partenze coinvolgono i territori che ospitano importanti università e multinazionali che spingono per avere relazioni internazionali. La prima regione di partenza è la Lombardia (21.980) seguita, a distanza, dall'Emilia-Romagna (12.912), dal Veneto (11.132), dalla Sicilia (10.649) e dalla Puglia (8.816).
I dati relativi alle partenze dell'ultimo anno comunicano che in questo momento stiamo assistendo ad un cambiamento: a partire dall'Italia sono sicuramente i giovani (37,4% sul totale partenze per espatrio da gennaio a dicembre 2017) e i giovani adulti (25,0%), ma le crescite più importanti le si notano dai cinquant'anni in su: +20,7% nella classe di età 50-64 anni; +35,3% in quella 65-74 anni; +49,8% in quella 75-84 anni e +78,6% dagli 85 anni in su.

Come leggere questi dati? Sicuramente ci si trova di fronte alle necessità di provvedere alla precarietà lavorativa di italiani dai 50 in su rimasti disoccupati e soprattutto privi di prospettive in patria (definiti nel Rapporto Italiani del Mondo "migranti maturi disoccupati"). Si tratta di persone lontane dalla pensione o che hanno bisogno di lavorare per arrivarvi e che, comunque, hanno contemporaneamente la necessità di mantenere la famiglia. In quest'ultima, infatti, spesso si annida la precarietà a più livelli: la disoccupazione cioè può coinvolgere anche i figli, ad esempio, già pronti per il mondo del lavoro o ancora studenti universitari. Come già detto, il Rapporto Italiani nel Mondo 2018 pone l'attenzione su una precisa categoria di migranti italiani oggi in partenza: i giovani e i giovani adulti, coloro cioè che hanno una età compresa tra i 20 e i 40 anni e che hanno lasciato l'Italia nell'ultimo anno o, al massimo, negli ultimi 5 anni spostando la propria residenza in determinati paesi del mondo. Si è definito questo movimento neo-mobilità, volendone sottolineare la contemporaneità sicuramente, ma anche la fluidità che, in questo caso, diventa sinonimo di difficile categorizzazione e, quindi, di complessità di un fenomeno che, seppure sia sempre più presente nel dibattito pubblico, resta poco conosciuto nella sua reale consistenza numerica e nelle sue effettive caratteristiche. Si è pensato che, per avvicinarsi il più possibile alla realtà dei numeri e dei fatti, fosse produttivo analizzare questa specifica tipologia dei migranti italiani di oggi, quelli che frettolosamente da più parti vengono definiti "cervelli in fuga", dando per scontato per loro un titolo di studio medio-alto e la positiva riuscita del progetto migratorio. Purtroppo non è così per tutti e i dati, quando non espressamente quantitativi sicuramente qualitativi, lo descrivono molto bene delineando una "categoria" composita ed eterogenea. 


Per rispondere a tanta complessità, si è scelta la divisione per destinazioni. Sono stati così individuati 25 paesi del mondo volutamente di tutti i continenti. Albania, Algeria, Argentina, Australia, Belgio, Brasile, Canada, Cile, Cina, Emirati Arabi, Francia, Germania, India, Irlanda, Islanda, Lussemburgo, Malta, Nuova Zelanda, Portogallo, Regno Unito, Romania, Spagna, Stati Uniti, Sudafrica e Svizzera. La scelta è stata fatta prevalentemente in base alla preferenza della destinazione manifestata da parte di chi è partito di recente dall'Italia. Sono state però selezionate anche nazioni che si sono particolarmente distinte per crescita numerica in questi ultimi anni (come, ad esempio, gli Emirati Arabi o la Cina), paesi "storici" dell'emigrazione italiana (come l'Argentina o il Cile) e destinazioni "particolari" (come la Nuova Zelanda, Malta o l'Islanda) che danno riscontro di quanto oggi la mobilità italiana sia spinta da un ventaglio plurimo di motivazioni che vanno dalla ricerca dell'indipendenza economica e di una occupazione a necessità di ordine sentimentale e/o culturale, dal bisogno di sentirsi professionalmente realizzati all'urgenza di inseguire nuove opportunità di vita, dal voler confrontarsi con altre realtà al rifiuto di un sistema nazionale, quello italiano per l'appunto, in cui non ci si identifica più.I grandi spazi metropolitani cosmopoliti, portano con sé la promessa di una libertà illimitata e contemporaneamente il rischio di un forte anonimato, specialmente per i più vulnerabili. Migrare significa allontanarsi umanamente da ciò che è certo per conoscere l'ignoto e questo potrebbe portare a casi di perdita dell'orientamento nel percorso che ci si è dati. Si ricorre perciò ai succedanei sintetici o allo stordimento con droghe o con alcool e il malessere viene sopito senza però essere affrontato. Il malessere della generazione neo-mobile si tramuta in varie e diverse per gravità, forme depressive: malinconie, perdite senza rimpianti, amori non corrisposti, separazioni, delusioni o fallimenti, ma anche i successi inaspettati e le scelte difficili possono tramutarsi alcune volte in disperazione. E quando lo spaesamento metropolitano e la sofferenza urbana non vengono riconosciuti e "accolti", si passa a patologie ben più gravi come lo stato di povertà e di abbandono, la perdita dell'autonomia e dell'equilibrio nella propria vita fino alla vita in strada e diventa non difficile incontrare dei senza fissa dimora italiani nelle principali capitali europee oppure degli italiani illegalmente presenti sul territorio di una nazione che vengono messi in stato di detenzione ed espulsi.Il caso di Londra è emblematico. Da gennaio a luglio 2018 sono stati 3.800 gli interventi realizzati dall'Ufficio Servizi Sociali del Consolato Generale di Londra. Con una media di 21 interventi al giorno, o 633 al mese, gli interventi hanno riguardato tipologie molto ampie di aiuto a residenti e turisti, includendo anche il supporto a chi è vittima di furti, o ha problemi di salute, o di cui viene segnalata la scomparsa. Sono almeno 126 gli italiani che vivono in povertà estrema nella Capitale inglese. La nazionalità italiana è al quarto posto tra quelle europee presenti a Londra tra i senza fissa dimora. Solo nel 15% dei casi di tratta di donne. Di molti non si conosce la nazionalità né il sesso. La metà di loro ha un problema di salute mentale, seguito da situazioni di difficoltà causate da alcool e droga."Il Rapporto Italiani nel Mondo", ha detto Delfina Licata, che per la Fondazione Migrantes ha curato il progetto, "non è un volume statistico, ma uno strumento culturale. Più che nelle edizioni passate, abbiamo cercato di dare un volto ai nuovi migranti, sempre più spesso in fuga da un Paese che non offre loro alcuna prospettiva. È chiaro che partire non è un male", ha precisato Licata, "viaggiare, soprattutto per un giovane, è fondamentale, ma la partenza deve essere circolare, come si sceglie di partire si deve poter scegliere di tornare. E oggi in Italia non è così"."Inoltre", ha concluso la curatrice del Rapporto prima di passare la parola, "chi parte si deve preparare, deve munirsi di quella che io chiamo la cassetta degli attrezzi. Troppo spesso chi emigra non ha gli strumenti per affrontare ciò a cui andrà incontro, spesso con conseguenze disastrose".A seguire, l'intervento del Sottosegretario al MAECI Ricardo Merlo, che ha ricordato le sue origini venete: "Sono figlio dell'emigrazione", ha affermato, "la mia era una famiglia povera e io sono cresciuto tra la parrocchia e l'associazione di volontariato che si occupava degli italiani a Buenos Aires". Dopo il suo ringraziamento verso la Fondazione Migrantes per l'opera svolta a favore dei più indigenti, Merlo ha aperto un focus sulla situazione attuale della migrazione italiana e, soprattutto, della rete consolare: "Le parrocchie, le associazioni e la rete consolare", ha esordito, "sono l'unico modo che abbiamo per tenere sotto controllo la situazione degli italiani all'estero, eppure, a fronte di un aumento vertiginoso degli espatri, la rete consolare che abbiamo oggi a disposizione è in una situazione difficile".

Sotto Segretario Merlo e Primo Ministro Giuseppe Conte
Sotto Segretario Merlo e Primo Ministro Giuseppe Conte


"La responsabilità", ha tenuto a specificare il Sottosegretario Merlo, "non è del governo che ci ha preceduti, né di quello prima. La responsabilità di questa situazione è di politiche sbagliate da dieci anni a questa parte. Nel corso degli ultimi dieci anni sono stati chiusi 20 uffici consolari e 4 ambasciate. Il personale ha subito un decremento di 1.115 unità negli ultimi otto anni. Quello che dovrebbe essere un punto di riferimento è diventato un organismo farraginoso. Penso alla situazione di Londra, dove i pochi impiegati non riescono a fare fronte alle centinaia e centinaia di richieste che giungono agli sportelli". "Il nuovo governo", ha aggiunto Merlo, "sta cercando di porre rimedio a questa situazione. Da poco abbiamo inaugurato l'ambasciata a Panama e riaperto quella in Repubblica Domenicana; presto riapriremo il consolato in Uruguay, dove attualmente 120 mila italiani sono senza rappresentanza. In questo senso, un ringraziamento va al governo che ci ha preceduti per aver iniziato ad incrementare alcune unità, ad esempio con i contrattisti"."Noi", ha proseguito il Sottosegretario, "continuiamo su questa linea e speriamo che nella legge di stabilità l'aumento sia significativo sia degli impiegati che dei contrattisti. Dobbiamo aprire il concorso alla Farnesina per poter avere più diplomatici. Quando cammino per il ministero non vedo giovani. Siamo stati 8/10 anni senza concorsi per risparmiare non so che cosa. Come figlio di italiani, farò tutto il possibile per cambiare questa situazione. Così come farò il possibile per intervenire sulla questione del voto all'estero. Ho già chiesto al CGIE di presentare una bozza per quella che speso che l'anno prossimo sia la nuova legge per il voto all'estero. Una legge che nascerà dalla base, dove si conosce la materia. Dobbiamo poi aumentare i fondi per la promozione della nostra lingua e cultura e", ha concluso il Sottosegretario Ricardo Merlo, "è fondamentale preservare la stampa italiana all'estero e trovare una soluzione il più velocemente possibile per aiutare i nostri oltre 100 mila connazionali che stanno vivendo momenti drammatici in Venezuela".È stata poi la volta di Michele Schiavone, che ha riflettuto su come il tema dell'emigrazione sia sempre accompagnato da un'accezione negativa. "Parlare di italiani all'estero", ha detto Schiavone, "è un impegno irrinunciabile. Il CGIE lo fa quotidianamente attraverso le associazioni sparse nel mondo e gli strumenti che nel tempo si è creato"."La presenza all'estero", ha aggiunto, "dovrebbe rafforzare l'immagine dell'Italia, non indebolirla. Ma purtroppo la globalizzazione in Italia non viene assecondata, manca in questo senso un Ministero per l'Emigrazione, che c'è in altri Paesi che - in questo frangente - possono essere considerati più evoluti del nostro". "Il CGIE", ha concluso Schiavone, "sta lavorando affinché il fenomeno migratorio possa essere riportato ad un unicum sincronizzato su un progetto unitario in Italia. L'esperienza degli italiani nel mondo deve tornare attuale". (gianluca zanella\ aise)